Goshka Macuga - I Can Put Louis Vuitton to Shame - Fondazione Prada, Milano

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03 Febbraio 2016

I Can Put Louis Vuitton to Shame è la simpatica scritta stampata sulla borsa di plastica, stile homeless, che Goshka Macuga indossava stamani alla preview stampa della sua interessante mostra alla Fondazione Prada.
Non solo a omaggio di carnevale, l’artista è vestita come Arlecchino, quasi a sottolineare anche la capacità teatrale, performativa delle sue opere e di se stessa. Goshka stupisce sempre e ulteriormente con il suo complicato e potente lavoro, delineato da una mente olistica che sa essere artista, curatore, attore, collezionista, drammaturgo, performer, il tutto scisso e fuso tra poliedrici, adamantini interessi tecnologici, scientifici, politici.
Sviluppata su due livelli, tre diversi spazi e infiniti piani di lettura o argomentazioni, quasi come le 11 o più dimensioni avviluppate su se stesse nella teoria delle stringhe, TO THE SON OF MAN WHO ATE THE SCROLL, ha un impianto tecnologico, scientifico, universale.
Nel podium, al piano terra, troviamo un bell’androide seduto, che indossa un trench di plastica, una scarpetta fatta a mano di poliuretano espanso e l’altra di cartone e lenzuolo. Costruito per un anno da scienziati in Giappone e, non ancora del tutto terminato il robot, oltre a muoversi in modo inquietantemente realistico ed elegante, riprende perfettamente il volto e il fisico di Nabil, un amico dell’artista.
Tale evocativo clone declina con la splendida voce di James Bond, versi di famosi scienziati, intellettuali, frasi storiche, iconiche che si dimostrano di un’attualità sconcertante, tutte connesse alla vita, alla morte, alla pace alla guerra, alla politica, alla trasformazione cosmica e universale. Al trapasso.
L’opera dialoga poi apertamente con i maestri del sapere e dell’arte con sculture di Fontana, Colla, Giacometti, Lee Bryars etc in un dialogo infinito tra menti superiori.
Al primo piano invece la collaborazione con un altro artista scienziato francese, Patrick Tresset, vede l’opera composta di cinque tavoli, dal titolo Before the beginning and after the death, su cui altre macchine robotiche disegnano all’infinito. L’artista sviluppa sistemi computazionali automatizzati che producono pitture, video o disegni di temi tradizionali come nature morte.
La riflessione sul dilemma tra uomo e macchine, sulla tecnologia, il ruolo della robotica ormai in grado di produrre anche creatività, è interessante e diviene filosofico, intessendo un gap tra evoluzione e collasso dell’umanità, oltre che del suo sapere.
Anche qui i cinque tavoli sono corredati di opere antiche del Louvre, di artisti contemporanei come Manzoni o Levine o da tasselli di consistenza umana, come la lettera del 30 giugno 1932 scritta da Einstein a Freud, dal titolo, Why War? o da riproduzioni del manoscritto originale di Nietzsche, Also Sprach Zarathustra.
Proseguendo troviamo una performance di una donna che proclama dei Readings in Esperanto. Essi connettono la difficoltà del sapere umano alla conoscenza universale, collocandosi nell’architettura della memoria par excellence: lo studiolo che, di norma, era un ambiente privato dove l’umanista poteva ritirarsi per dedicarsi ai propri interessi culturali o eligendolo a sede di maestose collezioni, di raccolte d'arte e oggetti rari, quali dipinti, vasi, gemme, sculture, monete antiche.
Infine nei tre ambienti della cisterna troviamo una cooperazione intellettuale in cui 73 teste di bronzo di grandi uomini come Einsten, Freud, Luther King sono tutti connessi da sinapsi che, a livello neuronale sembrano proporre una collaborazione universale su coscienze collettive che, si auspica, vadano a sostituirsi a quei poteri politici tanto forieri di danni, paura e dolore, nonché possibile estinzione del genere umano. Cosi come Einstein aveva già intuito.


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