Danae - Contemporary Mannerism - Milano

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Milano

via Giulio Ceradini, 16

10 Aprile -15 maggio 2019

solo su invito +39 338 5050393


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Terra alla terra, ceneri alle ceneri,
 polvere alla polvere

“Senza pace, tutti gli altri sogni, svaniscono e vengono ridotti in cenere.”
Jawaharlal Nehru

“Lionardo da Vinci [...], dando principio a quella terza maniera che noi vogliamo chiamare la moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, et oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura, [...] dette veramente alle sue figure il moto et il fiato”.
Giorgio Vasari, Le 
vite 
de’
più 
eccellent i
pittori, 
scultori 
e 
architettori, 
Proemio della terza parte, 1568


All’inizio del XX secolo Walter Friedländer, storico dell’arte tedesco, definì il Manierismo come un’estensione dello stile Rinascimentale al suo apogeo. Ancor prima, Vasari, lo storico aretino in: Le Vite, parlò di “Maniera Moderna” del periodo che va dalla morte di Raffaello (1520) al Barocco. Il Manierismo, iniziato con Rosso
Fiorentino,
Perin
del
Vaga
e Bronzino, l’allievo di Pontormo, quest’ultimo un orfano ipocondriaco, leggermente sofferente della sindrome di Asperger, creò un nuovo stile fantasioso che, con tale eccentrica personalità, giungeva quasi ovvio. Le sue opere, distanti dall’antichità e dal classicismo, tornite ed eleganti, sofisticate e potenti, lanciarono il primo guizzo di diversità e gettarono coraggiosi germi di originalità.

Nella seconda metà del ‘500 emerse così uno spirito anticlassicista, pieno di affettazione, esagerazione. Imperversò la distorsione di pose che divennero ricche di movimenti innaturali ed estremi, causando sparizione di simmetria e lavori basati innanzitutto sullo sviluppo
 dell’emozione. In sostanza, un’evoluzione lontana dalla grazia e dall’equilibrio classico.
Dopo 5 secoli,
 SINTA
TAMSJADI
 e
 THOMAS
SCHMIDT, due artisti tedeschi contemporanei, operando di fronte a una macchina fotografica in un modo indagatore, senza abiti, riprendono manieristicamente il passato. Che cosa chiedono a se stessi e allo spettatore? In primis, i corpi di un uomo e una donna, totalmente nudi, così come Dio li ha creati, sono un simbolo. Dal Paradiso in poi, in tutta la storia dell’arte, gli artisti si sono confrontati con la nudità; Van
Eyck e i suoi polittici, tra cui quello dell’Agnello Mistico. Poi Jacopo
della
Quercia, Masolino e Masaccio si sono confrontati con la “cacciata dall’Eden”. Con il famoso capolavoro I progenitori nella cappella Brancacci a Firenze, per la prima volta, abbiamo le ombre delle persone, una vera rivoluzione organica, che testimonia la solidità e la consistenza della carne, dei corpi terreni, mettendo così in scena il potere del reale. 
Stessa corpulenta possenza si ebbe con Tiziano in Danae, titolo del volume, simbolo di sensualità, polvere e con Michelangelo a Roma nella volta della Cappella Sistina che rese immortale la scena de Il Peccato originale ed espulsione dal Giardino dell’Eden. Infine si arriva all’800 con Alexandre
Cabanel. Questo tema toccò tutte le epoche. E lo stesso avviene oggi.
La nudità è in primis una metafora dell’essere senza difese, insicuri, non protetti, vulnerabili. Questo è come il duo di artisti si propone per convogliare bellezza e riflessione. I TAMSJADISCHMIDT,usando solo corpi nudi, hanno riallineato l’equilibrio di genere dell’arte concettuale, lavorando assieme, uomo e donna, esseri neutri, tutt’uno nel campo della performance e fotografia.
Essi performano. Parlano del loro stato interiore, si fanno domande, ballano, si muovono, si abbracciano, si toccano, strisciano, recuperando un antico cervello rettile. Quello che segue è un 
processo 
di
 distillazione. Quando si sentono pronti usano un autoscatto con un lungo cavo in remoto, come un cordone
ombelicale che li lega all’esterno, per immortalare l’attimo giusto. E si fotografano mentre sono vicini. Alla fine di questo lungo e delicato processo, fatto di tentativi e suspence, arriva la foto finale.
“Quando moriamo” - raccontano - “i nostri corpi saranno sepolti nella terra e diventeranno cenere”. Tutte le sostanze: terra, cenere, poi polvere, sono connesse alla trasformazione dalla vita alla morte. “Il nostro lavoro è sempre stato legato al processo della morte, che è cambiamento”. “Quando avevo 8 anni” - dice Thomas - “dipinsi il mio trenino per renderlo simile a qualcosa di più antico e veritiero”. Trasformare è quindi la parola chiave.
Nel mondo contemporaneo questi temi sono reali ed esistenti sempre più. Guerre, bombe, cataclismi, distruzione di massa con armi chimiche, tsunami, siccità, desertificazione, riscaldamento globale, piogge torrenziali e alluvioni rendono l’essere umano sempre più piccolo, debole, vulnerabile e solo. È un dato di fatto.
Due serie di lavori vengono qui presentate: Cenere
 e 
Terra. Bruciore agli occhi, annebbiamento della vista, senso di soffocamento e tosse perenne, gola secca e polvere ovunque: sono questi i sintomi di un attacco chimico in Siria o altrove? Quando i TAMSJADISCHMIDT
mettono in scena Ceneri, essi attuano un processo simile, causando veramente un’esperienza vicina alla morte che, nel risultato visivo, è del tutto simile alle immagini di guerra e bombe viste in tv ogni giorno.
Forse il motivo per cui queste fotografie diventano così accattivanti e seducenti da sembrare reali, è proprio perché provengono da emozioni forti e vere, sia fisiche che mentali, quelle del difficile stadio a cui si sottopongono i due artisti per ottenerle: la tensione
 all’eternità.
In questo nucleo di lavori si esamina l’essenza dell’origine umana. Non c’è una coreografia predeterminata, invece il movimento conduce gli artisti in uno stato simile al trance: al sè arcaico. I TAMSJADISCHMIDT si dipingono di sabbia, colore, terra, fango, simili al servo d’oro settecentesco. Terra, acqua e luce creano uno spazio in cui si ricercano temi d’ombra: origine, esistenza, morte. Nel fare ciò passano all’infinito ed esplorano la realtà contemporanea: dolore, innocenza, gioia. Un click porta il momento decisivo. Essi diventano sia soggetto che autore al tempo stesso.
Un lunghissimo filo si lascia a vista nella fotografia finale, utile a ricordare il legame con la madre terra e la vita. 
Da dove abbiamo origine e dove andremo è la grande questione che ne scaturisce.
La prima serie Terra, ci ricorda l’oscurità di Goya e Rembrandt con molti chiaroscuri e l’uso di effetti stilistici contrastanti prevalentemente nei toni scuri. Nella serie Cenere invece, vedendo le ossa e la carne, il movimento e la torsione di leggiadria e sospensione, balzano subito alla mente le tuniche leggere di Giambattista
 Tiepolo, dei suoi apostoli e personaggi in La Nobiltà e la Virtù vincono l’Ignoranza. 1744-45, a Venezia in Ca’ Rezzonico. Queste immagini di luce e movimento, furono create dopo il gusto di Tintoretto per la performance teatrale e lo splendore magnificente.
Si può quindi scoprire una sovrapposizione, una compensazione tra luce, tenebre e oscurità, tra movimento e immobilità, tra positivo e negativo che emana dai corpi di TAMSJADISCHMIDT,a volte in torsione, in movimento o semplicemente in abbracci primordiali. Con una forte commistione e trasformazione corporea essi raggiungono la trascendenza. E passano a un altro stato, a un’altra dimensione: eterea, 
immateriale.
Così come capirono Carolee
Schneemann,
Bill
 Viola e Bruce
 Nauman nei loro video e performances del 1970, il corpo è e rimane centrale in tutto: visto come una fonte, un territorio da esplorare o colonizzare. Un corpo che è anche strumento di bellezza e seduzione, veicolo sensuale con tutta quella superficie levigata di pelle, carne di velluto; al tempo stesso un corpo arrogante e tentatore, come esercitò lo stesso Tiziano in Danae.
I TAMSJADISCHMIDT rappresentano, mettono in scena la vita e la morte; alcune delle immagini scure sono infatti viste come stato di guerra, dove rivediamo persone alluvionate da tragedie come terremoti e maremoti, esplosioni, in una rilettura artistica. Ogni giorno i giornali sono pieni di queste immagini e ci servono da ammonimento anche nell’arte: utili per far riflettere le persone e diffondere consapevolezza su quanto fragile sia l’umanità tutta; sia gli esseri umani che il pianeta che li ospita.
Questa è proprio la forza della bellezza del lavoro di questi due coraggiosi artisti che, mettendosi a nudo, ammettono e accettano quanto vulnerabili, fragili siamo tutti. Sia in pace che in guerra. Comunque tesi verso l’infinità.




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