77 VENEZIA_Lacci di Daniele Luchetti_Anatomia di un matrimonio

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02 Settembre 2020

Lacci come legami. Oppure come drammi di esistenza, generata da genitori dediti all'egoismo, all'indecisione, alla mancanza di dialogo, alla bassa consapevolezza o ai reciproci dispetti, rancori, interferenze, una volta che l'amore finisce.

Film d'apertura, Fuori concorso a 77 Venezia, narra degli sbagli sentimentali che, come cascate del Niagara, si ripercuotono sui bambini che essi crescono, devastandone indelebilmente gli affetti, le percezioni sentimentali, la fiducia. Lacci, è tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone ed ha una sua poetica. Giocato con scarti temporali che alternano la Napoli anni '80 ad anni più recenti, la pellicola costruisce i punti di vista dei protagonisti i due genitori, e ne devasta altri: i due figli, ripresi prima bambini e poi adulti. Con lo stesso tocco delicato Lucchetti narra come la fragilità di rapporti vada ad intaccare la crescita, la serenità l'equilibrio sia di chi si amava sia di chi è stato generato da quell'amore inconsapevolmente mutato come l'inversione dei poli di una calamita che anzichè attrarre, respinge.
Escamotage del montaggio, flashback e ritorni, dialoghi immaginati da un vetro fanno esplorare un tocco narrativo anche originale. Il protagonista come giornalista radiofonico la cui amante (giovane) conosciuta in Rai lavora con lui, non è più in grado di stare con la moglie. A distanza di anni però la calamita si reinverte e i due tornano assieme, essendo la moglie sopravvissuta a se stessa e al suo tentativo di suicidio una volta abbandonata dal marito indeciso e soprattutto inizialmente distante e incurante dei due piccoli bambini.

Quello che invece stona sono le somiglianze dei personaggi così diversi anche fisicamente dalla gioventù alla vecchiaia: Rohrwacher e Laura Morante poco credibili. Lo cascio da giovane e Orlando poi, ancora poco probabili. Diciamo un Luccehtti troppo fiducioso ha lasciato forse troppo spazio all'immaginazione dello spettatore che spesso ne è privo e paga per riceverla da altri forse anche questo il senso del cinema. Togliendo la delega alla creatività, probabilmente uno resta più felicemtente a casa giocare a scopone scientifico..

Seppure il film risulti commovente in alcuni tratti, non convince del tutto, non solo per la piattezza di una sceneggiatura nota, ma anche per l'anaffettività del finale che lascia veramente attoniti e risulta alquanto inspiegabile. Diciamo che è una idea gradevole che si poteva sviluppare con maggiore attenzione.
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