Fondazione Hoh
Milano, Italia
11 Dicembre 2013
Visualizza l'Invito Visualizza il catalogo
« Gooble, gobble, we accept her, we accept her, one of us, one of us!2 »
I AM (ALSO) AN ALIEN! è il titolo di questa mostra, la cui frase ho scoperto in una delle magliette indossate da Lisbeth Salander, il surreale personaggio creato nella trilogia di Stieg Larsson. Lisbeth è un alieno e si sente tale. Anche lei. Come molti di noi.
I AM (ALSO) AN ALIEN! è il titolo di questa mostra, la cui frase ho scoperto in una delle magliette indossate da Lisbeth Salander, il surreale personaggio creato nella trilogia di Stieg Larsson. Lisbeth è un alieno e si sente tale. Anche lei. Come molti di noi.
Un esserino con una famiglia devastata alle spalle, poco prestante fisicamente, piena di tatuaggi, quasi anoressica, apparentemente autistica, Lisbeth ha un cervello meraviglioso. Chiusa in un suo mutismo dovuto a sofferenze regresse, caratteriale secondo i giudizi superficiali della gente comune, in realtà Lisbeth è geniale e sa sorprendere quei pochi a cui consente di avvicinarsi.
Il disagio diviene quindi potente fonte di riflessione. Dalla letteratura all’arte, queste sono le caratteristiche tipiche di artisti che si sentono incompresi e lo rimangono! Pur avendo idee originali, molto all’avanguardia rispetto alla comprensione della gente media, si chiudono in momenti di solitudine con se stessi e, spesso anche in mezzo agli altri.
La mostra si focalizza quindi su tematiche quali l’identità, la ripetizione alienante del gesto, la ciclicità della creazione o la clonazione umana nata dalla tecnologia di guerra, dalla realtà virtuale, gli avatar e il loro corrispettivo umano. In sostanza l’Altro da noi! Il tema proposto, estremamente attuale, è “caldo” sempre di più anche in Europa dove, la vicinanza con il diverso è spesso fonte di scontri, polemiche, ma anche arricchimento e scambio.
I cinque artisti invitati: Harun Farocki, Bertrand Lamarche, Emmanuel Régent, Diego Soldà, Benjamin Contant, con le loro potenti visioni, seppur in modi diversi, illuminano il percorso di riflessione. Vediamo come.
Nel film La cosa da un altro mondo del 1951 diretto da Christian Ryby si scatenano le nostre proiezioni sul rapporto con altri esseri provenienti da universi paralleli: paura, curiosità, emozioni conflittuali. Il film di fantascienza narra di una spedizione di scienziati in Alaska per la caduta di uno strano oggetto3. I due lavori video installativi di Bertand Lamarche, presenti in I AM (ALSO) AN ALIEN! incarnano proprio l’essenza del film.
Da un lato una pianta gigante minacciosa e letale in The Umbelliferus Plot e, dall’altro, una macchina che genera forme organiche, ectoplasma energetico in continuo movimento, misto tra l’entropia, l’ipnotico e la meccanica, in Réplique, (Baphomêtre).
Lo stesse condizioni di disagio si trovano in un film di Wolf Rilla, geniale regista inglese degli anni ’60.
Ne Il villaggio dei dannati, si narra la storia di bambini4 che s’impossessano segretamente del paese. Seguace forse della teoria del contattismo5 extraterrestre sviluppatasi in quegli anni, o degli studi emersi sui fenomeni inerenti gli incontri ravvicinati di IV tipo dell’astrofisico Allen Hayeck6, Rilla stupiva per la povertà degli effetti speciali, unita però a un espressionismo nella fotografia in cui, un gioco di contrasti tra luce e ombra, creava stati d’animo angoscianti e suggestioni inquietanti che assalivano lo spettatore. Nell’eredità del contrasto oggi si parlerebbe di X MAN o, meglio, di X BOYS.
Con una dinamica fantasticamente simile a quella di Rilla, il lavoro del maestro Harun Farocki presenta risultati tecnologici mescolando video games a fiction e realtà, in cui il virtuale risulta più autentico della realtà.
Si rivisitano nei suoi film in modo catartico le paure generate dalla guerra, dalla colonizzazione non pacifica, attraverso l’apporto della tecnologia anche virtuale. Si spiega quindi facilmente l’assonanza della riflessione dell’artista con quella di Rilla. Per entrambi indagine psicologica sulle paure umane, sospese tra terra e cielo, vita e morte, spirito e materia.
Esperto di memoria e tecnologia di guerra, convinto assertore pacifico e in controtendenza, nei suoi film e documentari Farocki raggiunge il massimo livello d’impatto emotivo dato da sorpresa, tecnologia o potenza dei temi trattati. In mostra si esplorano quelle che Sigmund Freud descrisse accuratamente come “nevrosi di guerra” che toccarono i soldati del secondo conflitto mondiale, descritte dagli psicologi come sindromi posttraumatiche da stress.
Emmanuel Régent, è presente come un vettore alieno. Tutto il suo lavoro è cosmo-riferito. E così sono le sue pitture d’acrilico. I quadri dal titolo Nebulose ad esempio, identificano, in piccoli spazi colorati, oggetti non identificabili. Ovvero la memoria.
L’opera scultorea di Diego Soldà è l’essenza dell’alienazione, data dalla ripetizione del gesto. Fare per il fare, per il fare, per il fare, così, all’infinito. In modo quasi autistico, egli s’interessa non tanto al risultato finale, quanto alla sua essenza ontologica. Di una bellezza inquietante, silenziosa, monocorde, sono sculture, meteoriti che piovono addosso con tutto il loro peso. Sono atomi, quasar7 che si autoalimentano, si rigenerano, strato su strato.
Nei suoi grandi quadri, usando la sezione aurea, che ne regola ogni singolo rapporto geometrico, Benjamin Contant perplime il fruitore che, nei volti non finiti, nelle espressioni di falso sorriso, nel dolore del giudizio collettivo contrapposto alla solitudine del singolo, rievoca tematiche e fisionomie care a Francis Bacon, sapendole però ben adattare a uno spazio armonico, intriso di colori e architetture alla Piero della Francesca.
Contant ha una naturale propensione per una pittura spaziale dove il rilievo geometrico s’intride di una valenza quasi emozionale che si trasmette facendo un uso particolare di angoli retti, tratti verticali, orizzontali.
Illuminante è infine il film Freaks del 1932, una pellicola di Tod Browning che fu vietata dalla Germania nazista, nel Regno Unito e in Italia fino al 1970, poiché ambientato nel mondo del circo e interpretato da veri “fenomeni da baraccone”.
Il termine Freaks molto crudo in inglese, sta a indicare infatti “capricci della natura”, ovvero persone affette da acondroplasia e varie altre deformazioni fisiche. Il film, che ne sonda la mostruosa condizione, si presenta invece come un’amara, caustica, ma anche toccante allegoria sulla “diversità”, affermando che spesso è proprio dietro la “normalità” che si nasconde la vera “mostruosità”. Questa è infatti la vera chiave di lettura della mostra I AM (ALSO) AN ALIEN!.
- Anch’io sono un alieno. Si, lo sono proprio!
- Il famoso slogan, Gabba Gabba Hey! ripreso poi della band punk Ramones nel singolo Pinhead deriva direttamente dal film Freaks di Tod Browning del 1932, dove è presente un personaggio nella versione in lingua inglese che dice: “Gobble Gobble la accettiamo, la accettiamo, è una di noi , è una di noi!”.
- Si scopre che la macchia surgelata è un disco volante che nasconde all’interno un corpo congelato di una creatura extraterrestre. Un errore umano ne scongela il corpo e, da quel momento, inizia una lotta per la sopravvivenza per l’équipe di scienziati, che si trova a fronteggiare un essere invulnerabile, essendo il suo organismo simile a quello di un vegetale.
- Oltre ad essere tutti biondi, simili ad ariani, con quel tipo di bellezza rettile, inquietante, ancestrale, avevano anche la caratteristica di essere molto più maturi della loro età ed erano tutti in contatto telepatico tra di loro. I loro occhi diventavano bianchi di colpo, riuscendo così a ipnotizzare gli altri.
- L’astrofisico polacco americano George Adamski creò a fine anni ’60 il contattismo che indagava sulle forme di avvicinamento da parte di umanoidi verso esseri umani, da altri tacciate come allucinazioni collettive, proiezioni psichiche o autosuggestioni.
- Allen Hayeck stilò invece una scala dei tipi d’incontro dove i contattati, coloro che hanno subito abduction, riportavano un incontro ravvicinato del IV tipo.
- Contrazione, che significa QUASi-stellAR radio source, si traduce in Radio sorgente quasi-stellare.

