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Categoria: Invisibile
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Creato Venerdì, 27 Novembre 2015 13:09
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Data pubblicazione
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MOMA, Museum of Modern Art
Tblisi, Georgia
27 Novembre 2015
Lo straniamento dell’anima
“Un pittore può essere un realista dell’irrealtà e un figurativo dell’invisibile”.
Balthus
Io, che sentii l'orrore degli specchi
non solo in faccia al vetro impenetrabile
dove finisce e inizia, inabitabile,
l'impossibile spazio dei riflessi. Jorge Luis Borges
Come disse Man Ray, scrivendo la prefazione a un testo del 1961, per il suo grande amico Marcel Duchamp: “noi ci occupiamo del presente, che è una forma di eternità”.
Rodolfo Villaplana, con il titolo della sua mostra, DUCHAMP IS DEAD,presentata a Tblisi, al Museo di Arte Contemporanea e Moderna (MOMA) intende proprio questo. Il concetto è finito. E, con esso, l’arte che lo trasuda.
La dedizione a facili epigonismi, costruita sulla genialità di altri, imperversa nel contemporaneo odierno. Questa sorta di piattezza di sentimenti disturba. E il monito del titolo: “DUCHAMP IS DEAD”, ricorda proprio questo. Si evince chiaramente dalla ventina di opere pittoriche presentate in mostra.
Carnosi ritratti, nudi erotici, autoritratti, nature morte, vasi di fiori ipermaterici, animali sospesi: come i tre cervi fluttuanti, dal movimento ritmico o come quella testa di faraona giallo oro, che gioca sull’attrazione - repulsione dei colori e del soggetto.
Rodolfo Villaplana è un contemporaneo Pontormo, uomo ricco di sfumature, mistero e materia le cui figure allampanate, lunghe, misteriose, quasi marziane, aprono alla curiosità indefessa del diverso e altro da noi. Spesso messo a nudo, senza protezioni. Nell’essenza. Entrambi infatti esprimono la bellezza della tragedia.
Così come Pontormo che a Firenze ritrae, olio su legno, per la cappella Capponi, nella chiesa di San Felicita, il tondo di San Matteo (1527-28), figura torta e nuda, così i ritratti di Villaplana, nudi e contorti, in posizioni scomode, spesso capovolti (David) con visi contriti, lacerati, appensantiti, quasi a manifestare un disagio di vivere, come laLa nausée, categoria esistenziale, di Jean-Paul Sartre.
Come Pontormo, che avviò una sistematica opera di rinnovamento degli schemi compositivi della tradizione, talvolta spregiudicato, cercando di reagire al classicismo pittorico attraverso un'inesauribile vena sperimentale e anticlassicista, Villaplana, artista venezuelano spagnolo, poliglotta, trapiantato nella vecchia Europa, adotta e trasla i canoni della pittura italiana di maniera che fa suoi e riadatta alla scena contemporanea.
Un pò Pontormo, ma anche un pò Rembrandt, Tiziano e Rothko, l’artista si ri-appropria della tradizione sia figurativa che espressionista, per annunciare sismi diversi.
Sismi emotivi come in The Ladder, autoritratto con scala, (70x80cm), in cui l’artista subentra al quadro e in cui la materia fuoriesce da esso in un chiasmo visivo potentissimo. Illusione e realtà si fondono in un tutt’uno e generano nuova identità: matrix.
La scala rappresenta la salita e funge anche da metafora, forse proprio quella dose di fatica che spetta a ciascun artista per vedersi realizzato. L’autoritratto svetta in cima ad essa vittorioso, in un giocoso incontro di colori primari: il giallo solare dello straccio in feltro, la macchia di colore rosso al suo interno, il blu della cima nella scala.
Si presentano anche scarti di frutta, come in Banana’s Skin, dove le bucce di banana sembrano fluttuare nel vuoto in un rapporto metafisico con se stesse. Il fondo stesso del dipinto gioca un ruolo claustrofobico, generando una certa mancanza d’aria nello spettatore. E le bucce percorrono un movimento leggero nel cadere, come musica da camera. Lanciandole nel vuoto e poi facendole atterrare per terra, il movimento, omogeneo, assume la valenza di una calligrafia decontestualizzata. Nel finale si ottiene così, un Verfremdungseffekt, per citare Brecht, cioè un effetto di straniamento.
Lo stesso che si ha anche in Boots (70x50cm), altro lavoro misterioso. Vengono presentati degli scarponcini e dei pantaloni blu, in uno scorcio e posizione scomoda, disattesa, non calcolata, innaturale. I due piedi, che sembrano staccati, non appartenenti uno all’altro, ottengono un ulteriore effetto straniante, che perplime.
Vale la pena anche di parlare di Autoritratto con Palette, o Silver Tray, dove lo specchio riecheggia quello di Borges che guarda dentro e distorce, in cui ci si vede, ma non ci si riconosce. E la capacità di Villaplana di penetrare psicologicamente non solo colui che ritrae, ma anche chi osserva, è indubbia. Ciò avviene anche nel viso di un bambino gigantesco, sobrio e consapevole del suo dolore, dal titolo, Duchamp is dead, (180x180cm) in cui si esprime con una nuova vita, un nuovo inizio verso un arte migliore.
Nuova vita quindi, simbolo di un nuovo inizio non solo del concettuale, dopo e oltre Duchamp.
Questi ritratti hanno come scopo quello di rendere l'abituale visione delle cose deformata, portandole in contesti e territori diversi da quelli naturali. Ad esempio nello sguardo maligno di Papa Ratzinger (260x200cm), o in Gabriel, il ritratto di un amico con parrucca di lunghi capelli che scendono a lato. Egli rappresenta l’ambiguità del maschile e femminile, in un corpo con cicatrici e tatuaggi.
Alci che volano, candelabri che fluttuano, cani che osservano, gabbie pendule, spettri della morte, biliardo, giovani che urlano con padri dallo sguardo assorto e disperato. Tutto questo interessante, potente nella sua disarmonia energetica riguarda il lavoro Surprise at Pimlico. La scena d’interno descrive un bar di Londra, ora chiuso, in cui era solito trovarsi l’artista. Il pub situato vicino a un istituto mentale, ospitava spesso membri del centro che urlavano e che uscivano con padri, fratelli per una boccata d’aria nella cosiddetta “normalità”. Il quadro dipinge la follia, ma anche la libertà riecheggiando la stanza rossa di Matisse, pura e folle creatività.
Quella che avrebbe Duchamp, se fosse ancora vivo.