14 Ottobre 2021
“Tu stai in galera. Io no” “Ah si? Vogliamo fare gli spiritosi stasera, Lagioia? dice Servillo a un sempre più splendido, umile, raffinato e illuminato Silvio Orlando, nei panni di un detenuto dai trascorsi volenti, che aggiunge: 'Non c’è niente da ridere'. E Servillo: “appunto!”
Dialoghi secchi, aria malferma, facce perfette. grigio nei cieli, nei volti, nelle scene, negli abiti. Questo è l’incipit di Ariaferma, un film sociale, potente ed ermetico, ma nella sua sintesi dice tutto: ad esempio la precarietà dell’essere umano, oltre all'assurdità delle carceri, chiudendo bene una triade di Di Costanzo sulla criminalità organizzata con L'intervallo e sul mondo del volontariato con L'intrusa.
Arzano. Bertone. Buonocore. Cacace. Fantaccini, Lagioia e Nuzzo. Sembra una formazione calcicistica, ma l'affiatamento del campo qui non è scontato. Anche i nomi sono quindi perfetti! Uno più potente dell’altro che reiterati nelle varie chiamate all'ordine, nella distribuione dei pasti, diventano quasi un mantra ipnotico.
Tutto ristagna. E riesce a dire molto, nonostante l'odore di morte. Cioè vi si afferma la completa e sublime desolazione dell’uomo rinchiuso, la solitudine dell’uomo con o senza mura, evidente anche in quelli liberi, perchè equipara secondini a carcerati.
Tutti nella stessa melma esistenziale che è la vita. Ed è qui più che mai dove la ricerca di un accordo mediato e di un dialogo si stendono glabri come gatti al sole.
Si crea una tensione palpabile e spalmabile per tutta la durata del film, come burro sulle fette biscottate. Questo lascia sospesi tra la ricerca del dialogo e la paura che la cattiveria prenda il sopravvento con la tragedia imminente, che spesso la accompagna.
Ci riesce bene Di Costanzo a narrare un incontro tra due mondi che vivono paralleli: quello della polizia penitenziaria e dei sorvegliati speciali, ma che, ahimè, come due rette, sono destinati quasi sempre a non incrociarsi mai. Eccetto che qui, dove appaiono timidi tentativi di umanità da parte di un intelligente Servillo - capo guardie - che, per una volta, si fida di coloro che detiene e sorveglia.
Tutti gli attori compreso Striano che forse anche per eseperienza diretta veicola tutta quella umanità forza ed empatia che solo chi è stato in carcere davvero può conoscere e quindi trasferire.
E' un film poi sulla fiducia. Uno dei temi centrali, che qui, in questo contesto, è più importante persino di un pasto che durante la mancanza di luce diviene motivo di sciopero della fame. Inquadrature secche, dal basso, per far sentire ancora più impotenti questi dannati di un girone dantesco: i cosidetti uomini - gli esseri umani che lo abitano e che con tutta la loro umanità, ci fanno sentire a casa, e, per una volta, esattamente come uno di loro.
Arzano. Bertone. Buonocore. Cacace. Fantaccini, Lagioia e Nuzzo. Sembra una formazione calcicistica, ma l'affiatamento del campo qui non è scontato. Anche i nomi sono quindi perfetti! Uno più potente dell’altro che reiterati nelle varie chiamate all'ordine, nella distribuione dei pasti, diventano quasi un mantra ipnotico.
Tutto ristagna. E riesce a dire molto, nonostante l'odore di morte. Cioè vi si afferma la completa e sublime desolazione dell’uomo rinchiuso, la solitudine dell’uomo con o senza mura, evidente anche in quelli liberi, perchè equipara secondini a carcerati.
Tutti nella stessa melma esistenziale che è la vita. Ed è qui più che mai dove la ricerca di un accordo mediato e di un dialogo si stendono glabri come gatti al sole.
Si crea una tensione palpabile e spalmabile per tutta la durata del film, come burro sulle fette biscottate. Questo lascia sospesi tra la ricerca del dialogo e la paura che la cattiveria prenda il sopravvento con la tragedia imminente, che spesso la accompagna.
Ci riesce bene Di Costanzo a narrare un incontro tra due mondi che vivono paralleli: quello della polizia penitenziaria e dei sorvegliati speciali, ma che, ahimè, come due rette, sono destinati quasi sempre a non incrociarsi mai. Eccetto che qui, dove appaiono timidi tentativi di umanità da parte di un intelligente Servillo - capo guardie - che, per una volta, si fida di coloro che detiene e sorveglia.
Tutti gli attori compreso Striano che forse anche per eseperienza diretta veicola tutta quella umanità forza ed empatia che solo chi è stato in carcere davvero può conoscere e quindi trasferire.
E' un film poi sulla fiducia. Uno dei temi centrali, che qui, in questo contesto, è più importante persino di un pasto che durante la mancanza di luce diviene motivo di sciopero della fame. Inquadrature secche, dal basso, per far sentire ancora più impotenti questi dannati di un girone dantesco: i cosidetti uomini - gli esseri umani che lo abitano e che con tutta la loro umanità, ci fanno sentire a casa, e, per una volta, esattamente come uno di loro.

