Land of Mine - Sotto la sabbia

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20 Ottobre 2015

Con questa battuta chiave, “Are you soldiers? Siete soldati? si apre un magnifico film, con primi piani su facce bellissime, intense, di ragazzini biondi, angelici dagli occhi cerulei, di cui molti, sono attori non professionisti.
Nata dall’osservazione dei modi e le dinamiche in cui vengono trattati i rifugiati che arrivano dalla Siria e dai paesi in guerra, la pellicola seppur storica, riflette su un tema attuale in Europa: i civili, o gli innocenti, sempre feriti dopo la guerra.
“In Danimarca prevale la destra - afferma il regista Martin Zanvliet - ci si dovrebbe chiedere come vogliamo diventare e perché siamo tanto spaventati da questi rifugiati”.
Già dal titolo infatti, si capisce che, Land of Mine, è un film interessante. Se non altro perché gioca, fin dall’incipit, sulla dicotomia dell’intestazione, dato che, in inglese significa “la mia terra” e anche “la terra di mine”. Quelle che fanno saltare in aria!
Vi si narra una pagina di storia sconosciuta ai più: atroce, passata inosservata o celata. Alla fine della seconda guerra mondiale infatti, vengono mandati giovanissimi tedeschi, tra i 12 e i 19 anni, per sminare la costa ovest della Danimarca, che nascondeva sulle sue spiagge ben 2 milioni di mine.
Il governo tedesco doveva ripulire il territorio. Siccome non c’erano più uomini disponibili, perché morti quasi tutti in guerra, si decise di mandare degli adolescenti. Ciò rappresenta non solo una violazione delle convenzioni di Ginevra ma, di fatto, un crimine di guerra.
A parte la potenza indubbia della storia, il film è girato eccellentemente, la coesione tra i ragazzini e il loro superiore, all’inizio duro e poi intenerito, è perfetta. La recitazione quindi diviene invisibile, tanto da rendere lo spettatore partecipe emotivamente e da confonderlo sul vero e verosimile.
La fotografia è altresì bellissima, emozionale e luminosa, con questi campi lunghi di natura, spiagge, mare e paesaggi incontaminati, che consentono di tanto in tanto una via di fuga dal film e dalla pesantezza di un soggetto “dark”.
Il film ha un aspetto artistico forte, tratta i giovani, le barbarie di guerra e il post: cosa resta dopo. E’ ambivalente e offre più significati di lettura in grado di far capire il danno violento creato su anime, corpi e menti di tutti, sia vincitori che vinti, sempre.
Nell’affrontare il film si è discusso su quali storie complicate si lascino dietro a una guerra; in prevalenza: odio e mine. E qui le storie erano moltissime - racconta il regista.
Inoltre emergono il tema del perdono, dell’accettazione, della diversità e diviene un utilissimo strumento per formare anche le giovani generazioni.
Alla domanda perché avete scelto proprio ora per presentarlo, il regista mi ha risposto che le persone danesi tendono a dipingersi come buoni ragazzi e vogliono nascondere la loro vera natura, che spesso è vendicativa. Non è mai stato raccontato a scuola e questo è e rimane un capitolo nero nella storia danese e dell’intera umanità.
L’ottima recitazione di Roland Moller, nel ruolo del sergente danese Rasmussen, che ha con il proprio cane il suo unico contatto umano, crea e sviluppa umanità e un affiatamento incredibile con quelli che sono apparentemente dei piccoli nemici, oltre che i suoi giovani attori.
Il film dice diverse cose tra le righe, tra cui questa: “se ti siedi e parli con i tuoi antagonisti, capisci che hanno gli stessi desideri, obiettivi, emozioni, perciò non sono più avversari, ma semplicemente uomini, o bambini, proprio come lo sei stato tu”.
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