Grande Bruttezza_La forza di un lifting a un muscolo che spesso non è il cervello!

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10 Giugno 2016

Le grandi mancanze della “Grande Bellezza”
Io sono un'artista. Non ho bisogno di spiegare un cazzo.
                                                          
Talia Concept


In occasione dell’uscita della versione integrale della Grande bellezza, con trenta minuti in più, solo per pochi giorni al cinema a fine giugno, si ripresenta l’occasione di disquisire su un premio Oscar e la sua genialità.

Va detto che questo è un film sull’assenza. Vi s’illustra la mancanza. Di tutto. D’idee, di conoscenza, di stile, di bellezza, di spiritualità, di eleganza, di moralità, di creatività, di perdono.
Insomma l’Italia di oggi!

Sorrentino, come Flaubert e il suo romanzo sul nulla, gioca di sottrazione. Trasforma il paese più bello del mondo in un iniquo tran tran di vacui trenini che non vanno da nessuna parte.
In orge di feste col culto di Dioniso, Bacco e Tabacco, riempite perlopiù di cocaina come i suoi partecipanti: esseri impazziti e tamarri che palesano guance rigonfie, zigomi rialzati e blefaroplastiche a manetta, stando in coda dal chirurgo come dall’ortolano, oltre che ossessioni per danza, arte, moda ed esteriorità inutili, se non supportate da nucleo.

Cosa che dimostra invece di avere appieno Dadina, il personaggio di nano, dall’alto della sua acondroplasia, “grande” direttore di giornale, donna di personalità e “Statura” vera, magnificamente interpretata da Giovanna Vignola. La mutazione del gene FGFR3, situato al livello del cromosoma 4, che colpisce chi ne soffre, sta a testimoniare nel film come nella vita che, non sempre i difetti fisici, prevaricano un’intelligenza brillante. Anzi contribuiscono ad esaltarla. E anche in questo messaggio, per chi sa coglierlo, Sorrentino dimostra sensibilità alla diversità e alla sostanza.

Tutti gli altri, amici del Lexotan, sono alla ricerca, come dopati Lucignoli contemporanei di un paese dei balocchi, dove affogare con psicotropi, antidepressivi o gin tonic, la noia. In primis, verso se stessi. Un paese gestito da vescovi, preti e prelati andati a male, persi in bieche versioni di masterchef tonacate, dove la spiritualità ha più a che fare con la marca di un jeans, tipo True Religion. Scrittori perduti, artisti falliti, inutilità del dire e del fare. Persino dell’amare. O solo anche nell’usare la parola cultura. Sorrentino uccide. Anche ciò che è già morto.
E nella sua disamina da anatomopatologo, supportata da ironia e saggezza, oltre che dall’eccelsa fotografia di Luca Bigazzi, dalle musiche topiche di Lele Marchitelli, usa un’eleganza che inchioda, che crocifigge tutti. Ma soprattutto li fa stare zitti! E soprattutto quelli del mondo dell’arte, fatto per lo più da inconcludenti senza stile, né cervello. Quest’ultima intellighenzia da sottobosco emerge tutta sospinta nella sua vacuità e inconsistenza, sempre più presente in gallerie e musei: scatole bianche contenenti IL VUOTO COSMICO.

Nella parte iniziale del film, il regista inanella infatti una performance di Talia Concept, artista concettuale, ça va sans dire, rigorosamente nuda, con un sesso tinto di rosso e munito di falce, simulacro di Marina Abramovic che, prendendo la rincorsa, sbatte il testone sulle mura traiane rimanendo tramortita. Intervistata dal protagonista, Jep Gambardella, essa non sa nemmeno definire perché lo fa e tantomeno cos’è una vibrazione. Ecco questo è spesso il contemporaneo. Senz’anima. Oltre alla grettezza del gesto, costellato dalla sua inutilità sia visiva, che dinamica, che corporea.
Altra netta presa di posizione sull’arte la troviamo quando Sorrentino presenta, a una festa per adulti, una bambina che funge da epigono ai tre dell’Ave Maria: Jackson Pollock, Gerard Richter e un non più solo blu, Ives Kline. Qui gli invasati genitori della minorenne pensano di “venderla” come il nuovo genio dell’arte a galleristi internazionali ignoranti, solo perché la piccola urlante, sbatte, controvoglia, secchi di vernice su di un telero e, strofinando le minuscole braccette in modo circolare, modello Rotowash, spalma il colore. Della serie, impara l’arte e mettila da parte.

Ci rimane quindi solo il bello degli avi. Il Colosseo, la fontana dell’Acqua Paola, il Gianicolo, “o Roma o Morte”, Bernini, le vedute sterminate di mura serviane, aureliane, traiane e una natura che sopravvive agli scempi umani e resiste con i suoi colori di tramonti e albe, intervallati da giraffe e gru, alla maleducazione, ignorante dell’uomo. La grande bruttezza appunto, della grande bellezza.

Neppure i gemiti di Jep Gambardella, “un uomo destinato alla sensibilità”, riescono a comprimere, far defluire, svalvolare i prodromi di un corpo malato, dissanguato e moribondo: quello di una Roma caput mundi, dove Kaput non è più latino, ma tedesco. MORTA, APPUNTO!






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