23 Settembre 2015
Non v'è dubbio che nelle opere di Kim Ki-duk, eccelso, potente, sorprendente regista sud coreano, per i pochi che ancora non le conoscono, si registri la presenza di Dio. Dio in quanto idea, che vive in forma, spirito e materia assieme. E' li.
Un Dio che anzichè in Palestina si incarna in Corea del Nord, passando poi a quella del Sud, fronteggiando il demonio. Attorniato dalla stessa cattiveria dei servizi segreti, dalla stessa ottusità politica e stupidità militare che potrebbe avere oggi non solo Kim Jong-un, ma anche Netanyahu, Putin o Trump.
Un DIO, il personaggio di Nam Chul-woo, interpretato dall'ottimo attore Ryo Seung-Bum, che è inerme di fronte alla cattiveria umana e a cui non rimane che cercare di rimanere saldo ai propri principi, alla propria anima, alla propria famiglia da cui è allontanato, torturato.
Il prigioniero coreano non è un film locale; illustra invece per metafore globali gli andamenti di un'umanità sempre più corrotta, superficiale, commerciale, malata, che vive in dissenteria, putrefatta dai propri escrementi. Al nord povertà e dittatura, al sud un sistema di capitalismo e spreco inutile che, nella figura delle prostituta aiutata dal protagonista, illustra quanto poco il sistema renda liberi anche quando si crede di esserlo, in quanto comunque dipendenti dal denaro che in ogni forma crea schiavitù.
Che dire, il film è eccezionale, la fotografia pure, la storia geniale, gli attori, il cast tutto di un'intensità rara. In diversi punti il film è commovente, spiazzante, violento, assurdo, dolce, ingiusto, sublime, poetico, umano e disumano, veritiero e impossibile al tempo stesso. Insomma da vedere per capire e migliorare.
Altro che Woody Allen!

