36 TORINO_ All the best

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02 Dicembre 2018

Lucia Mascino è la madrina del festival di Torino che si è svolto dal 23 novembre al 01 dicembre 2018. Donna, attrice di teatro e cinema pluripremiata in Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini, recita in Habemus papam (2011) di Nanni Moretti e La pelle dell’orso (2016) di Marco Segato prediligendo la qualità alla quantità.

Vediamo quali i film più sorprendenti di questa trentaseiesima edizione di Torino film Festival.




 

THE MAN WHO STOLE BANKSY di Marco Proserpio 
IL RATTO DI PROSERPIO

«Quisquis humi pronus flores legis, inspice saevi me Ditis ad domum rapi» «O tu che, chino a terra, raccogli fiori, guardami mentre vengo rapita verso la casa del crudele Dite».

Fin dal paleolitico superiore, l'uomo ha sentito l'esigenza di imprimere nei muri delle grotte e caverne la sua creatività, il suo senso dell'alto e del sublime. Da Lascaux alla Val Camonica, scene di caccia, graffiti parietali preistorici, incisioni rupestri hanno riempito pareti naturali. Quindi niente di nuovo se questa attività, ancestralmente riconosciuta, si ripercuote oggi su muri, treni, case contemporanee. In realtà essa rispecchia un'esigenza anche di andare contro il regime, il sistema, la legge e portare l'arte in luoghi, più inconsueti, meno patinati e finti, forse anche più autentici e artistici.

E' questo il caso della Palestina, già di per sé un universo di dicotomie e contrasti, un caleidoscopio di diaspora e resistenza, di bombe e angeli, ora più che mai con la costruzione di un muro gigante a Betlemme che separa vista, colori, colline, olivi, suoni e profumi della terra Santa da Israele.

Il documentario, quasi thriller di Marco Proserpio, nasce 10 anni fa dal suo incontro fortuito con Waleed the beast, un tassista enorme che fornisce una storia. Quella del murales di Banksy che ritrae un soldato israeliano. Egli è colto nell'atto di chiedere i documenti ad un asino. L'opera, contraddittoria ironica o meno, offende alcuni palestinesi, tanto che il capo di Waleed, decide di staccarla, con i 4 quintali di muro annessi, per venderla all'estero.

Da li, si sprigiona una vicenda paradossale, ironica, triste, assurda fatta di viaggi tra mega collezionisti in paesi esteri, case d'aste, magazzini e depositi.

Già questa storia basterebbe di per sé ad alimentare non solo un film, ma una intera serie tv che proponiamo a RAI CINEMA. In realtà la vera potenza di questo intelligente, elegante e utile documento artistico cioè: THE MAN WHO STOLE BANKSY, è legata alle riflessioni che solleva tra copyright, violazione della legge, proprietà privata, diritto di esecuzione e di seguito. E chi più ne ha, ne metta.

Splendida la scelta della voce di Iggy Pop con cui si narrare questa vicenda che diviene super contemporanea, diaframmatica e cosmopolita.

Tutto scorre in modo interessante e ritmo, molti personaggi particolari intervistati, conditi da una netta e faconda colonna sonora originale di Federico Dragogna, Victor Kwality e Matteo Pansana. La musica è perfetta fin dalla potente canzone di apertura che rimane varia per tutti i 90 minuti, alternando rap arabo a pezzi distillati e onirici.

Insomma un super documento di bellezza, identità, proprietà e contemporaneità.

Da abbinare per chi non conosce l'artista con la mostra non autorizzata da Banksy in corso fino a febbraio 2019 al Mudec a Milano. Il tutto per avere un quadro più completo, ops pardon, un graffito.

ps: arriverà nelle sale cinematografiche distribuito da Nexo Digital solo l’11 e 12 dicembre coprodotto con RAI CINEMA. La colonna sonora è distribuita da C.A.M. Creazioni Artistiche Musicali S.r.l. una Società del gruppo Sugar.


ANGELO di Markus Schleinzer

D'eleganza visiva estrema, questo film in cui ogni frame, spesso cristallizzato e lento, con immagini torride, composto da tanti quadri immobili, lunghe sequenze lente e sospese, sembra più una pinacoteca settecentesca che una normale pellicola cinematografica. Realizzato con colori sofisticati e lisergici, ambienti e interni meravigliosi, architetture neoclassiche e non, sfarzosi abiti e adunche facce bianche ad esclusione di una quella del protagonista Angelo Soliman, un piccolo bimbo nigeriano prelevato e spedito in Europa, come caso di studio e indottrinamento nel 1730.

Interessante documento ed esperimento scientifico, nonché tentativo di formazione di un’anima, attraverso musica, teatro, cultura sulla vita di questo piccolo Angelo nero che, da bambino fu letteralmente strappato dall’Africa per esser venduto a una contessa, Alba Rorwacher. Imminente il contrasto tra il calore del bambino e della sua Africa, versus la freddezza di corte, dove ogni minima emozione viene repressa nel nome della cultura, del sapere o dell'ordine.

Co-produzione austriaca e lussemburghese, il film alterna tedesco e francese, pelli eburnee in contrasto con quella del protagonista che in diverse età, sempre sfodera eleganza, intelligenza, capacità d’adattamento e sopportazione, doti aliene ai suoi inutili ospiti.

Trattato come specie esotica, esemplare da museo Soliman, (non a caso è anche il nome di un tipo di elefante), nella visione tassonomica degli etnologi viennesi, contribuì a definire la cosiddetta razza africana. Soliman infatti, alla sua morte non fu seppellito, ma impagliato alla stregua di fenicotteri e leopardi, animali africani nel museo di scienze naturali alla corte viennese, in cui contesse d'alti ranghi della società lo distinguevano a stento nel suo cabinet tra orsi polari, piccole gabbie e specie ornitologiche.

Corte illuminista, illuminata non tanto, ma bruciata si. Dalla sua stessa stupidità, arroganza e presunzione, Angelo è una riflessione metaforica e allegorica, scientifica ed emotiva oltre che artistica sui controsensi della società odierna che, ancora dopo tre secoli, è perennemente ibernata a parlare di razzismo, di migranti, continenti, colori della pelle e superiorità olistiche di occidente sul resto del mondo.


DOVLATOV di Alexey German Jr

Poetica e triste ricostruzione di 6 giorni del grande scrittore e poeta russo, Sergei Dovlatov, nato a Ufa nel 1941 e morto a New York nel 1990, che visse nel 1971 a Leningrado e morì troppo giovane affinché il suo talento venisse riconosciuto in vita. Un film con grande poesia e forza espressiva, dialoghi enormi, costellati di genialità tra Lev Tolstoi e Fëdor Dostoevskij, Joseph Brodsky e tutti i mostri sacri russi di poesia, letteratura, arte. Uno dei più intensi del film festival che, con lo spunto del passato, fa riflettere anche sulla Russia odierna e sul significato di libertà espressiva, creatività e copyright.

German Jr. è da sempre un regista particolarmente critico nei confronti della politica del suo Paese natale. Anche qui non perde colpo per approfondire il tema dell'importanza della cultura e di come gli artisti liberi non esistano e quelli non omologati al sistema vengano boicottati da poteri superiori. Verità incontrovertibile pure oggi. Ahimè non solo in Russia!

Grazie alla direzione della fotografia di Lukasz Zal, emerge anche poesia visiva pura, supportata da immagini non nitide, nebbiose e sospese, come le vite di questi geniali scrittori e artisti, poeti dell’invisibile, da Malevic, a Rothko o Kandinsky, che narrano una Russia paludosa e immobile come le stesse cartoline che dipinge il film.

Ad esempio Sergei Dovlatov si guadagnò da vivere come scrittore e giornalista. Il 1971 è un anno cruciale della sua vita: l'anno successivo deciderà infatti di lasciare la patria e di trasferirsi a Tallinn. Dopo il trasferimento, Dovlatov continuerà a scrivere in maniera prolifica, ma le sue storie saranno costantemente respinte da tutte le riviste e i giornali sovietici.

Insieme all'amico e poeta Joseph Brodsky, Dovlatov combatte per preservare il proprio talento e la propria integrità, mentre vede i suoi amici schiacciati dal peso della macchina di stato.

Dice il regista: “Per me era fondamentale mostrare ciò che accadeva fuori e dentro le loro vite, mostrare come artisti di talento come loro a causa del clima politico non potevano fare ciò che volevano e cercavano di rimanere fedeli a loro stessi”. Così come dovrebbe essere anche oggi: libertà di espressione.

ATLAS

di David Nawrath

Atlas è un’opera prima che, come 99 Homes fece in America, qui in versione tedesca, illustra gli sfratti esecutivi. Li i danni causati dai mutui e speculazioni finanziarie facevano crollare come carte, casette solide di piccole famiglie, create con risparmi di anni, e rimangiate da banche o speculatori.

Qui il focus è su un'unica famiglia in cui s’innesta una storia privata tra Walter, un traslocatore degli sfrattatori/sfruttatori e il proprietario della sola casa ancora abitata, in un complesso in demolizione, riacquisizione e in rivendita speculativa per più di 5 volte tanto.

 

HIGH LIFE di Claire Denis

Originalissime visioni. Corpi che fluttuano nello spazio. Nebulose ravvicinate e curvature spazio temporali. ASTRONOMI ANDATE A NOZZE! Poi c'è la sezione porno. ANCHE VOI A NOZZE EROTOMANI!

High life è un potentissimo, illuminato e sordido al tempo stesso, progetto alchemico di Claire Denis. Forse il più bello assieme a THE MAN WHO STOLE BANKSY, PITY e CASSANDRO, THE EXOTICUS passati finora al 36 TORINO film festival.

Orti conclusi dal finto sapore bio con broccoli giganti, ma superfinti. Navicelle spaziali composte da simil-mucchi di cassette di frutta. Tute da esterno lunari che sembrano remainders sul banco di 2001: Odissea nello spazio.

Tutta la concezione sia futuribile che vintage di High life, tolto il titolo che è già clone di molti altri, è sorprendentemente perfetta. Nulla di aspettato, tutto super desiderato e atteso, come la nuova vita in arrivo, dopo vari maneggi clonati di sperma dei più reietti della terra spediti altrove, al posto di ergastoli di due vite. C’è chi finisce dentro solo per aver perso un cane ..

Il cast raggruppa attori spaziali, nel vero senso della parola, gestiti sempre benissimo. Una su tutti la conturbante Juliette Binoche, dea della fertilità con lunghe chiome intrecciate e corvine, corpo plastico elastico ed erotico, maga dei liquidi riproduttivi, che in un balletto genomico cerca di produrre vita con sperma altrui. Ottimo anche Robert Pattinson, uomo quasi monaco illibato, (io non c’ero e se c’ero dormivo) che si trasforma in padre amorevole nel sonno, violentato dalla Binoche. Capolavoro.

PITY E LA PARTITA A SCACCHI

di Babis Makridis

Quanto necessita l’uomo del senso di compassione?

Originalissimo script di Efthymis Filippou. Questo, che d’altro canto è lo stesso sceneggiatore di Lanthimos, deve avere dei seri traumi connessi a perdite e lutti, elaborati non del tutto o forse troppo, che lo rendono apotropaico in tutto quello che fa e trasferisce. Non a caso la critica l’ha premiato con il premio Fipresci al 36 TORINO FILM FESTIVAL.

Questa pellicola sembra una partita a scacchi, dove la lentezza sfodera un'attesa per la prossima mossa con totale imperscrutabilità dell'avversario, qui attore. Si attende, si attende, intanto ci si crogiola nel pensiero, attivo o, in visioni catartiche, geometriche, architettoniche, plastiche. Quello che si offre a noi. Anche la cattiveria, la spietatezza, la disperazione, la mancanza di empatia verso il prossimo, verso il naufrago, non solo mediterraneo ma, anche spirituale - temi contemporanei e saldamente agguantati da questo film, utili come un tronco di legno nell'oceano.

Ricorda, per certi versi Foxtrot, non greco, ma israeleiano, paese comunque potente e denso come lo è la Grecia, con lo stesso alert sulla morte, coadiuvato dalle stesse architetture organiche e biologiche - un ordine razionale che aiuta a sopravvivere.

Pity è un sorprendente racconto di un uomo, un avvocato affermato (Yannis Drakopoulos), la cui moglie (Evi Saoulidou) va in coma e grazie a ciò egli vive in uno stato di benevolenza e pena del prossimo che forse finalmente, per la prima vota in vita sua, lo fa sentire presente agli occhi degli altri e amato.

Questa benevolenza non potrà durare per sempre, ma "l'enorme" personaggio ritratto farà in modo shakespiriano, misto a tragedia greca, tutta presente in questa pellicola teatrale, di farlo perdurare.

Lezioncina:

La pietà (dal latino: piet?s) è un sentimento che induce amore, compassione e rispetto per le altre persone.

Il significato attuale della parola pietà, cioè misericordia, non corrisponde al significato del termine da cui essa deriva: la pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d'amore patriottico e di rispetto verso la famiglia, oltre al valore intrinseco e gerarchico che essa rappresentava nel mondo ellenico.

Enea, ad esempio, veniva detto il pio perché era particolarmente devoto agli dèi e incarnava perfettamente i valori di rispetto dell'unità familiare. Qui l'atteggiamento "pietoso" dell'eroe troiano consiste nel rispetto dei valori: famiglia, patria e religione. Dalla pietas in poi, l'uomo ha sempre cercato di rappresentare il senso di compassione, Michelangelo docet, quindi questa intensa pellicola greca s’inserisce in quel filone di ricerca e analisi su questo interessante sentimento e, il protagonista, ha molto dell'eroe traiano.

Se uniamo a questo dramma, una scenografia ordinatissima, attraente, glaciale come le facce, i costumi, gli eleganti interni, le luci che la abitano, degli scorci, visioni, come saltellanti vie di fuga dalla tragedia e dalla pesantezza, su estensioni marine mozzafiato: la Grecia, raggiungiamo l'acme di Pity che rivela e vela una potenza a cicli concentrici, sempre più lenti, svelanti e scioccanti.

Questo paese, si pensi all'Avranas di Miss violence, a tutto Lanthimos, sta fornendo da anni dei gioielli cinematografici e di vita, esempio d’intelligenza e bellezza, potenza di anime savie e sofferenti, forti e carismatiche, eleganti e contraddittorie, come fu la Grecia del passato, fatta di storie, miti e ossimori, capi e magia.

Una reale perfezione. O un’imperfezione irreale. Così è se vi pare!

CASSANDRO, THE EXOTICUS di Marie Losie

Tra i documentari più interessanti originali e potenti CASSANDRO, THE EXOTICUS di Marie Losier, che atterra su uno dei personaggi più mirabolanti visti negli International doc, sezione del film festival di Torino. Cassandro, un dolcissimo uomo gay, forte come una roccia e leggero come una farfalla, riabilita la sua vita uscendo da droghe e alcol attraverso lo sport -la lotta libera- famosa in America col nome di Wrestling. A metà tra un attore, uno sportivo, un circense, un drag queen, il sorprendente Cassandro stupisce tutti con la sua forza, simpatia e potenza d'anima, oltre che sfilate di scenografiche presentazioni di costumi con lunghissimi strascichi da sposa. La voglia che lascia questo intenso intelligente film è di portarselo a casa come amico e souvenir, l'exotico, amorevole e buon CASSANDRO.

 

SEE KNOW EVIL di Charlie Curran

La foto di un pesce, sua ultima foto, è la più potente mai vista!

Heroin chic, graffiti, New York, moda malata, arte, Sorrenti. Cosa lega tutto ciò? La vita degli ske, acronimo di seeknowevil che si può leggere in due modi: cerca ora il male o riconosci il male. A voi libera scelta. Ske era un gruppo di giovanissimi affermatisi nella scena tag sui walls New Yorkesi, da cui è emersa per carisma, carattere, potenza espressiva, simpatia e dramma, la figura di David Sorrenti, fotografo di moda, che a soli 17 anni dettò legge tra i giornali più noti. 

Mix geniale tra i suoi geni creativi provenienti da una napoletanità di nascita, città da cui veniva la famiglia, geni che si sposarono con l'efficienza e l'energia pulsante di New York, città adottiva che lo accolse a 5 anni, a seguito dell'abbandono del padre. Con una semplicità devastante, una sicurezza da 50 enne, una voce vibrante e profonda, egli riuscì ad ottenere l'ascolto, il favore, la stima di tutti i più potenti a New York degli anni 80-90. Fino a quando decise di innamorarsi di una delle più enigmatiche, belle e fragili tra le modelle che quotidianamente ritraeva. Nel caso di David prevalse la sua scelta del male, perché, pur essendo malato di talassemia fin da piccolissimo, cosa che teneva segretamente nascosta a tutti, portando con sé l'invecchiamento precoce dei suoi organi, trasfusioni notturne e quotidiane lottando contro una malattia che uccise moltissimi, egli cadde nell'eroina come la sua fidanzata e morì giovanissimo, nemmeno ventenne, mentre lei si salvò. Il film è potente, commovente e scioccante per certi versi; pochissime anime così fragili e sensibili, ma al tempo stesso potenti, possono raggiungere un tale grado di consapevolezza da essere così evolute ad un età così giovane.

TYREL di Sebastián Silva

Andiamo con ordine. Partiamo dalla fine. Il finale, che non menziono per spoilerare, è la cosa più assurda, frettolosa e strana che si può includere in un film. E qui Silva sorprende tutti nel non sorprendere.

Ciò premesso, basterebbe infatti uscire al 81esimo minuto per restare felici, la pellicola monta piano piano come la panna montata, crea tensione, stato di allerta come se ci fosse sempre qualcosa che debba prima o poi arrivare.

Lasciando perdere il fatto che ciò non arriva, o per lo meno non arriva in modo netto come in Pity, menzionato prima e sempre presente al Torino film festival, la costruzione del film è come un petting perenne e continuo senza mai condurre all'acme finale.

Certo anche questo può diventare piacevole e stimolante per ore o addirittura giorni, Sting docet e anche la sua amata cultura tantrica, forse però a lungo potrebbe diventare leggermente frustrante.

I pregi.

Il pregio più grande di questo strano film è far parlare e riflettere di relazioni, razzismo e violenza, in un contesto che non ne è il parterre originale. Non abbiamo infatti un auto della polizia che picchia un nero come nel bellissimo Green Book. Non abbiamo un homeless nero preso a calci per strada o un marito diverso che si presenta a casa come in Indovina chi viene a cena. Non abbiamo una ragazza nera a scuola come in The hate you give. Qui l'ambience è capovolto. Abbiamo dei giovani bianchi, totalmente dementi: bevono, sparano cazzate, fanno canne, gente inutile e molto ricca - spesso verità direttamente proporzionali. Basti dire che il più equilibrato è un molossoide bianco - appunto - il cane. Tra di loro

Tyrel, un sensibile afroamericano, anziché divertirsi e condividere con sti fantageni, si staglia da solo per intelligenza e sensibilità, infatti lega solo col cane e viceversa, avverte il disagio che cresce, non riesce a dormire, non si relaziona, cerca di scappare. Insomma si sente ed è diverso, anche spiritualmente. Per fortuna diremmo!!!

Almeno lui uno spirito c’è l'ha. Per gli altri, l'unico spirito che riconoscono è il tasso alcolemico che ingurgitano e che si ritrova nel sangue o nelle urine. Interessante come Tyrel trovi rifugio in una casa vicina dove una signora bianca si dimostra gentile, affettuosa e warm, per scoprire poco dopo che ha un marito e un figlio afroamericano.

Come se la capacità di offrire amore, affetto, ascolto e accettazione venisse per lo più dall'Africa o dal contatto con essa. Applauso all'idea coraggiosa e valida, peccato non aver tirato fuori dalla sceneggiatura qualcosina in più nel finale e nello svolgimento di questo tema così abilmente politico da essere superficialemente scambiato per un party inutile di 8 dementi figli di papà.

PAPI CHULO di John Butler (Irlanda, 2018, DCP, 98’) La strana, irresistibile amicizia tra Sean, weatherman di una stazione tv di LA, trentenne, gay, con una relazione finita alle spalle, ed Ernesto, ultrancinquantenne operaio cubano con moglie e figli, che ogni giorno va a dipingergli il terrazzo. Aperto dal crollo nervoso in diretta tv di Sean, un susseguirsi di gag linguistiche (Sean parla solo inglese, Ernesto solo spagnolo) e di acute osservazioni di carattere e d'ambieia Zhangke (Presidente della giuria Torino 36) presenterà al pubblico il suo ultimo straordinario film insieme all'attrice protagonista Zhao Tao!

ASH IS THE PUREST WHITE di Jia Zhangke (Cina, 2018, DCP, 150’) Jia Zhangke continua a raccontare la Cina che cambia tornando sul suo stesso lavoro, sulla sua storia e su quella del suo Paese. Protagonista, ancora una volta, la moglie Zhao Tao che qui interpreta una donna capace di compiere un cammino lungo 17 anni e 7000 chilometri per stare accanto al suo uomo. Un grande film sinuoso e cangiante, che inizia come un gangster movie e continua come un mélo, per poi finire dalle parti del dramma esistenziale

COLETTE di Wash Westmoreland

"Quando si fa un patto con gli avvoltoi è perché ci si sente carogne". Sergio Cordero

Elegantissima, originale, profonda, timida, forte. Così appare l'anima di Colette dalla descrizione di Wash Westmoreland che, forse l'ha capita meglio di suo marito, il mentore ed editore, nonchè grande womanizer e ladro di idee, Willy.

Ambienti sontuosi e raffinati, ville in campagna, contatto con la natura e poi con la Belle Ville, Parigi, che fagocita in quei tempi arte e poesia, teatro e seduzione, nel mito di Claudine.

La potenza del film è inerente alla percezione di una rottura per i tempi, in quanto Colette è riuscita ad affermare, nonostante tutto e tutti la propria identità sessuale, la propria libertà e creatività asservita che spesso veniva tenuta nascosta. Chissà quante altre donne magari, ferano autrici dei quadri dei mariti o producevano romanzi a loro nome, come è stata a lungo obbligata a fare Colette.

Il film solleva anche l’interessante tematica del copyright ora attuale più che mai. Come lo è stata allora.

Colette era una donna molto più avanti dei suoi tempi. La si ricorda soprattutto per i suoi amati romanzi Chéri e Gigi, da cui la MGM ha anche tratto un musical che ha vinto ben nove Oscar.

Racconta il regista: “Per molti anni, non è una novità, ho scritto sceneggiature con il mio compagno Richard Glatzer. Fu intorno al 1999 che Richard cominciò a interessarsi alla storia di Colette, leggendo sue biografie reali e romanzate. Gli interessava approfondire il suo matrimonio con Willy e il modo in cui il loro legame ha finito con il rivoluzionare la scena sociale, rovesciando i luoghi comuni che vedevano le donne assoggettate agli uomini. Sebbene Colette sia molto famosa come scrittrice, a cent'anni dalla sua morte in pochi sanno cosa abbia realmente vissuto e quali decisioni radicali abbia preso per affermare la sua voce. Con Richard nell'estate del 2001 ci trasferimmo in un vecchio maniero del XV secolo, senza tv e internet, immerso nel silenzio. In dieci giorni, nacque una prima bozza di sceneggiatura: solo dopo, scoprimmo che la casa apparteneva a un nipote di un'amica di Anne de Jouvenel, la nipote di Colette che poi incontrammo. Nelle successive stesure del copione, abbiamo voluto cambiare diversi dettagli facendo in modo che la rottura di Colette coincidesse con la nascita della sua relazione con Mathilde de Morny (la Marchesa di Belbeuf, nota come Missy), una lesbica che ha scelto di indossare abiti maschili e tenere atteggiamenti da uomo.

Per me, da un punto di vista strettamente intimo, la realizzazione di Colette significa rendere omaggio all'ultimo desiderio di Richard: già malato di sla, prossimo alla morte e fiero del successo di Still Alice, mi ha espresso il desiderio di vedere Colette finalmente sullo schermo".

 

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