Il richiamo della foresta di Chris Sanders

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18 Febbraio 2019

Interessante riunione in sala di cinefili e cinofili che fanno convergere amori primari per il cinema e per i cani. Il film è commovente, ben fatto e imperdibile per tutti noi che condividiamo questo amore folle per il miglior amico dell'uomo e per i fratelli Lumiere.

La coda di un cane è il suo sorriso. I suoi occhi sono una delle cose più belle che si possa guardare, come un Sebastiano del Piombo o un Rothko. Le loro espressioni dolci, malinconiche, furbette, pretestuose e affamate sono come uno schermo cinematografico. Li si concentrano miriadi di emozioni, tanto più quando si guardano gli occhi di un cane, BUCK, in questo caso il protagonista e si ha la fortuna di vederli in un mega schermo cinematografico, tutto si raddoppia, amplifica. La storia di questo mega cucciolo combinaguai, rapito dalla villa del giudice Miller a Santa Clara in California, evolve nella sua crescita con travagliate esperienze, cambi di padroni, in uno svolgimento e maturazione di un'anima che è in tutto uguale, anzi spesso migliore di quella di un uomo.
Già Jack London con il romanzo Call of the Wild aveva strappato i nostri cuori di giovani adolescenti, così come Bulgakov fece con Cuore di cane ed ora, al cinema, l'atto viene ricompiuto.
Lo sceneggiatore Green racconta come i valori del libro siano attualissimi e moderni ancora oggi dal 1907, nella sua prima stampa nel Saturday Evening Post: "In molti non sapevano quale ruolo giocassero i cani in Alaska e quanto fossero importanti. London ha avuto il merito di raccontare attraverso le vicende di un animale quanto difficili e terribili fossero le reali condizioni che si vivevano a due passi dal Polo Nord. La sua è una storia di formazione che ha permesso e che permette tuttora di comprendere a quali esperienze non sempre belle si va incontro prima di realizzarsi e di trovare la propria strada. Nella mia sceneggiatura ho cercato di non perdere di vista i temi universali trattati da London: la perdita di qualcosa o qualcuno, l'elaborazione della stessa, il valore della casa e lo sradicamento dalle proprie radici. Il viaggio di Buck altro non è che una metafora per il cammino percorso da tutti noi per diventare sempre più forti e trovare la migliore versione di noi stessi. Nonostante le diverse trasposizioni cinematografiche, nessun film ha saputo mai rendere lo spirito del romanzo dall'inizio alla fine: io ci ho provato scegliendo come prospettiva quella dello stesso Buck".
Dopo un rapimento dalla villa e la spedizione in Alska in piena corsa dell'oro, fortunatamente John Thornton, Harrisn Ford, in un'interpretazione naturale e credibile, trova il cucciolo, lo raccoglie e si prende cura di lui. In breve tempo, i due diventano amici inseparabili e per Buck ha inizio la più grande avventura della sua vita, quella che gli permetterà di capire qual è il suo vero posto nel mondo, nella natura selvaggia dopo tanti dolori, coi suoi simili. In sintesi capisce che è meglio stare con i suoi lupi che con gli esseri umani.  Come dagli torto!!!
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