Les Miserables di Ladj Ly_La rivincita delle baby gang, meglio se afroamericane

Pin It

20 Maggio 2020

Ricordate, amici miei, non ci sono né cattive erbe, né uomini cattivi.
Ci sono solo cattivi coltivatori
                              Victor HUGO, Les Miserables

“Tu sei uno che ha sempre pensieri oscuri”. Con questa potente frase si delinea netto Salah.
Salah in arabo significa pace. Salah è un uomo mite, pacifico appunto e il suo equilibrio, da Imam, mitiga una folla di scentrati. Quelli di Les miserables, a Clichy-Montfermeil, periferia parigina, in una delle tante banlieu, non casualmente la stessa dove Hugo scrisse e dipinse, in un affresco ancora estremamente odierno e indelebile, i suoi Miserabili e dove, lo stesso geniale regista Ladj ly ricorda un'infanzia perisno autobiografica, (egli di origine maliana), di scontri e polizia.

Neri, mussulmani, piccoli teppisti, religiosi, fanatismo, zingari e rom, tutte le diversità si accentrano e permeano il quartiere, cercando una forma di personale sopravvivenza che, a volte, è impedita proprio da coloro che dovrebbero contribuire a mantenere l’ordine in luoghi decentrati sulle disuguaglianze che vi imperano sovrane. Siano esse sociali. Economiche. Etniche. Colpevole non solo lo stato, ma anche una sua emanazione che non si prodiga al dialogo, all'ascolto, ma nei casi raccontati semina ulteriore odio: la polizia. Qui triadicamente rappresentata da un trio: il buono, il cattivo e l'indeciso. Ma fino a un certo punto. per poi virare il terzo, verso il buon senso.
Ottimo script. Suspence perenne tale da farti finire 5 pacchi di Fonzies - per inciso - è colpa vostra, registi bravi, se ingrasso a dismisura. Riprese da droni che innervano la sceneggiatura con sorpresa, fanno di questi odierni miserabili dei politici del racconto.

Un’immagine su tutte: un bambino nero, con la faccia e l’occhio distrutto da uno sparo delle forze dell'ordine, seduto su un divano di masserizie e rifiuti urbani, quasi il suo corpo fosse roba da macero, tutt'uno col degrado che lo attornia, alle cui spalle si staglia un casermone tipo alveare di Scampia, di una Favela di San Paolo, o di Calcutta, per rendere universale il contesto, dove il più operoso dei suoi abitanti spaccia, mentre gli altri tentano di sopravvivergli.

Tensione palpabile in tutto lo svolgimento, coadiuvata dalle musiche surreali, come le atmosfere stesse, dei Pink Noise. Ottima la suspence del film come della vita, in un momento in cui in America e nel resto del mondo, esplodono le proteste per il povero George, colpevole solo di essere vivo, nero e svantaggiato economicamente, oltre che socialmente ed epidermicamente, secondo i canoni malati di un mondo che oggi gira al contrario.
Il film sui diritti delle minoranze oltre ad aver vinto molti premi, tra cui quello della giuria a Cannes 2019, assume quindi una valenza ancora più potente, armonica, intelligente, coi fatti che si inanellano in America, sempre ben documentati da Spike Lee prima e Nate Parker poi, ad esempio con American Skin e, come detto pur non essendo il primo interessante film sulle Banlieu parigine e le loro devastanti, unconnue o mistificate realtà, racconta appunto sulla pelle parigina e maliana del regista, la sua sentita autentica e devastante esperienza autobiografica.


GET SOCIAL
  • Facebook
  • Facebook
  • Facebook