77 VENEZIA_Laila in Haifa di Amos Gitai

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07 Settembre 2020
Aprendo un bacio Perugina uno si aspetta una banalità, ma a volte viene sorpreso con qualche citazione anomala. E comunque, andasse male, gli rimarrebbe sempre un dolcissimo cioccolatino con la nocciola on top.

Ciò premesso, al contrario in questo film, Laila in Haifa, uno si aspetta la forza, la potenza della narrazione dei vissuti di paesi mediorientali, la devastante profondità che caratterizza sempre la filmografia sia palestinese che israeliana vivacizzata dalla commistione di lingue e contrasto di attitudini e usanze che ne origina, sia nei documentari che nelle storie drammatiche.
Qui invece non ci siamo proprio.

Non c'è idea, non c'è dialogo, non c'è recitazione, ma soprattutto non c'è verità. I dialoghi d'amore per lo più sono imbarazzanti per la pochezza, la noia, il torpore in cui fanno precipitare lo spettatore. E non è questione di etero o non; sia nell'una coppia che nell'altra sembrano persone che hanno ingoiato la pillola della banalità, con vite inutili, futili, assurdamente inconcludenti. Gli attori sembrano tutti manichini nudi, con la pelle di plastica e calvi, gli stessi che si vedono in mucchi fuori dai tanti negozi di abbigliamento fuori moda, fermi a 20 anni prima in un qualsiasi paese arabo.

Tra i gay del locale Fattush in cui tutto è ambientato,l'unica nota che risveglia dal sonno è un travestito di rosso, supertruccato di azzurro, equiparabile alla sorella bella di Cunchita Wurst. Suscita una risata per la non riusciuta danza di sensualità in cui si impegna, ma se ne è apprezzato il tentativo e l'elemento di sorpresa alla scoperta di un barbone incolto da almeno tre mesi. Per il resto un film invedibile, davvero. Lasciamo perdere e passiamo oltre.
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