77 VENEZIA_Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa

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09 Settembre 2020 

Seppur delicato nella fotografia, nello sviluppo concentrico integrato in una forte suspense e in continui colpi di scena, oltre ai sorprendenti modi naif dei giapponesi, Wife of a spy diventa, con il passare dei minuti, un film che si insinua lentamente nella mente dello spettatore per occuparla nelle ore, giorni e settimane successive.

La pellicola è sofisticata e, come tutte le cose interessanti, lascia aperte più riflessioni; è stratificata, non è catalogabile in un'unica lettura sia essa sociale, politica, temporale, sentimentale. Le risposte sono multiple.

Partiamo dalla politica.
Tutti conoscono la forza energetica, individuale, tutta a favore della collettività e il patriottismo, sviluppatasi durante la seconda guerra mondiale attraverso i
kamikaze: coloro che sceglievano il suicidio pur di porteggere la loro patria e si lanciavano con aerei verso il nemico. Il termine nato da un tifone che nel 1240 spazzò via la flotta di Khubla Khan significa spirito divino. Lo stesso afflato che animò  poi quei piloti addestrati. 
Ecco qui invece si sviluppa un ruolo capovolto. Il protagonista, un esterofilo cosmopolita, beve whisky straniero, lavora con clienti inglesi, veste all'occidentale e va spesso all'estero; in sostanza sembra non risconoscersi nella follia omicidia del proprio paese. Ciò che colpisce è la chiara contemporaneità del sentimento, riflessione sul rapporto tra individio e collettività così attuale oggi; dove infatti finisce la mia liberta può iniziare la tua.
Mentre il sacrificio del singolo per il bene comune che, nella guerra era rivolto alla patria, nel film e nel caso del protagonista viene amplificato rivolgendolo a un bene universale che non si restringe ai confini del proprio paese, ma al benessere dell'universo intero e alla sua protezione della pandemia.
Nel film si parla infatti di una peste su cui l'esercito e i medici indagano, facendo massacri e esperimenti sui prigionieri in Manciuria inoculandoli con il germe.

Volevo fare molte domande in conferenza che non mi hanno lasciato fare per gestione abbreviata e insulsa degli spazi dedicati ai giornalisti (se inizi in ritardo di dieci minuti per il collegamento non funzionante zoom e se metà della mezz'ora è dedicata alla traduzione dal giapponese, il tempo è di sole due domande, cioè 10 minuti in tutto. Anche questo andrebbe rivisto, inclusa la non gentilezza di chi gestisce le delegazioni e il timing delle conferenze, di un'arroganza inenarrabile.

Questo per dire che la mia domanda aveva un senso profondo soprattutto in tempo di pandemia .. Avrei voluto chiedere all'abile regista quando era stato chiuso il film e quando scritta la sceneggiatura. Perchè le cose cambiano molto nel caso in cui tutto fosse stato chiuso prima del covid, o dopo o durante. Nel primo caso diviene una sorta di chiaroveggenza del passato. Cioè si parla di una pandemia nel 1945 per parlare di quella di oggi. Un modo non diretto ma trasversale, oltre che metaforico e simbolico per far riflettere sull'attualità e sugli errori dei governi.

È il 1940 a Kobe, la notte prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il mercante locale Yusaku Fukuhara sente che le cose stanno prendendo una brutta piega e decide di recarsi in Manciuria, senza portare con sé la moglie Satoko. Casualmente testimone di un atto di barbarie e, determinato a renderlo pubblico, entra in azione. Nel frattempo, Satoko viene contattata da Taiji Tsumori, suo amico d’infanzia e membro della polizia militare, il quale le racconta della morte di una donna che suo marito ha riportato in Giappone dalla Manciuria. Satoko è accecata dalla gelosia e se la prende con Yusaku. Ma quando scopre le vere intenzioni del marito, fa una cosa impensabile per garantire la sua incolumità e la loro felicità.

Tutti conoscono il significato esteso di Kamikaze, letteralmente il tifone divino, mutuato da un vento che nel 1240 spazzò in modo provvidenziale la flotta di Kublai Khan, per esteso divenne la forza energetica, individuale, tutta a favore della collettività patriottica, sviluppatasi durante la seconda  guerra mondiale, attraverso appunto i cosiddetti kamikaze: piloti addestratissimi che sceglievano il suicidio pur di proteggere la loro patria lanciandosi con aerei verso il nemico e la morte. Ecco qui invece si sviluppa un ruolo capovolto. Il protagonista, un mercante locale, Yusaku Fukuhara, è un esterofilo, cosmopolita che ama bere whisky straniero, lavorare con clienti inglesi, vestire all'occidentale e va spesso fuori per lavoro; in sostanza, sembra non risconoscersi nell'dentità locale ne nella follia omicidia del proprio paese. E pare essere una spia. Il sentimento. Il sentimento nel film è molto connesso alla fiducia che diventa quindi tema individuale sia di coppia che sia di stato. Fino a che punto ci si può e ci si deve fidare dell'altro? Il protagonista sembra non essere mai legato davvero alla moglie perchè il suo interesse primario rimangono le cose occulte in cui si impegna al di là della propria attività. Ciò che prova per la moglie, apparentemente un'ebete, non è la stima, anche se nel corso del film cresce l'intelligenza di quest'ultima. Rimane quindi domanda misteriosa e ci si chiede: "ma lei ci era o ci faceva"? L'atteggiamento è quello obsoleto di molte donne che annullano se stesse per amore oppure quello di molte donne intelligenti che si fingono sceme per ottenere ciò che vogliono? Domanda di nuovo aperta. Altra domanda aperta e fondamentale è sapere quando è stato veramente chiuso il film e quando si è scritta la sceneggiatura: prima, durante o dopo il covid? Perchè questo ne cambia la percezione, il risultato che è estremamente contemporaneo sia negli intenti sia nei risultati. Purtroppo l'organizzazione maligna e assurda dell'ufficio stampa, oltre che la maleducata gestione ospiti non ci ha concessso di porre queste domande al regista perchè i 30 minuti dedicati iniziando con 10 in ritardo si riducono a venti di cui 15 in traduzione dal giapponese, tutto a scapito della comprensione di un film difficile e per questo più intrigante delle solite banalità italiane. Quest'anno la Biennale a ulteriore deterrente di un'edizione già monca, malata, sofferente, con un terzo degi presenti e indubbiamente meno valida ha deciso persino di evitare ai giornalisti che notoriamente contribuiscono a promuovere, la possibilità di filmare le conferenze e gli ospiti. I MOTIVI RIMAGONO SCONOSCIUTI AL PARI DEL TERZO SEGRETO DI FATIMA.

Altra tematica misteriosa e ben affrontata nel film è il complesso rapporto tra individuo e collettività. Fino a che punto è alienabile il primo in ordine di ottenere un benessere per il secondo. Ed è meglio perdere il benessere della patria in ordine di un bene supremo e universale? Altra domandona dalle 1000 pistole che rimane aperta.

Ecco infine poi nel film con la perdita, il ritrovamento, il trafugamento, la sostituzione di una bobina che filma le sciagure compiute su esseri umani, sui loro organi e il bruciarne i cadaveri a causa dell'ennesima pandemia diffusasi in quegli anni, si sottolinea non solo il potere salvifico del cinema, della capacità di filmare come documento e come testimonianza, prova o come salvezza (pensiamo a noi in
lockdown senza cinema, di sicuro ne avrebbero trovati molti morti in casa non di covid, ma di noia) diventa un tema estremamente contemporaneo dato che la Manciuria è in Cina e molti dei problemi legati alle pandemie e alla salute universale da sempre trovano la loro bella origine li; dal caso del film, alla spagnola del 1919 che invece era cinese, alla SARS, all'odierno Covid il regista sembra far ragionare il protagonista sull'opportunita di diffondere o meno quei nastri per salvare in qualche modo tutta l'umanità anche a scapito di perdere la moglie o di sbarazzarsene apposta.

L'alienazione della vita di un singolo per quella di molti è ciò che è successo a bloggers e medici cinesi che, per primi scoprirono il covid e nel diffonderlo per proteggere l'umanità sono diventati VERI EROI PER IL MONDO INTERO contro il loro stesso paese che tendeva a insabbiare. Anche queste domandone rimangono apertissime.

Quindi l'argomento fotografia. Un pò sfuocata, un pò annebbiata, delabrè, voleva essere così appositamente per evidenziare quanto nebuloso sia il mondo delle spie, dei governi, della salute pubblica, della realtà contro le apparenze? In sostanza questo film ambientato 80 anni fa risulta di una modernità sorprendente e forse è proprio l'unico metodo che in un regime gli artisti possono sfruttare al meglio per dire senza subire censure.

Il film è riuscito se non altro perchè ci lascia con tutte queste domande aperte che sono fonte di dubbio, di indagine, di approfondimento e rilettura degli eventi che non sempre sono come appaiono.


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